GLOBALIZZAZIONE E POLIS IDEALE  (III)

SVILUPPO E CRESCITA ECONOMICA ALL’OMBRA DELLE DISUGUAGLIANZE

di Robertino GIARDINA

 

La ricerca di una Polis globale ideale ci spinge quindi ad analizzare e a fotografare la situazione attuale affinché si possa dare un significato a ciò che l’agenda 2030 prevede come ‘Goal’, come obiettivi  che  ci  accomunano  nel percorso, quasi liberatorio, verso una nuova economia o un nuovo modo di intendere il ciclo produttivo e la commercializzazione dei prodotti, ma non solo.

 

DISUGUAGLIANZE SOCIALI TRA VECCHIE NUOVI PARADIGMI

 Il fenomeno della globalizzazione indirettamente ha prodotto problemi originali, legati alle nuove tecnologie, al loro uso, alla mancanza di regole condivise a livello internazionale, ma ha acuito quelli preesistenti.

Di certo la divisione del mondo tra paesi produttori, in possesso di conoscenze tecnologiche, e paesi esportatori di materie prime si è quanto meno stabilizzato. Non abbiamo visto una significativa crescita di questi paesi, mentre i paesi industrializzati vengono ciclicamente investiti da crisi dovute anche a sovrapproduzione. Segno di una faglia anche esistenziale che genera nuovi poveri e paesi prosperi che, seppur ciclicamente in crisi, riescono a soddisfare  bisogni legati alla normalità, riuscendo a mantenere dignità e coesione sociale a livelli ottimali.

Tra i paesi industrializzati guardiamo sempre con maggior interesse e  per  certi versi preoccupazione ai paesi dove il ciclo produttivo è centrato su schemi ‘labour saving’. Zone d’ombra del mondo affatto in linea con i principi fondamentali della democrazia e la non aderenza ai diritti fondamentali dell’uomo, essendo  la violazione dei diritti legati al lavoro la normalità. In una parola paesi che tendono a ‘sfruttare’ il lavoro, facendo uso anche di mano d’opera minorile. Un quadro assolutamente inquietante ed inaccettabile  sia  sul  paino  politico  internazionale che sul piano umanitario.

Quanta inquietudine sorge tra i consumatori consapevoli davanti alla scelta di prodotti di basso costo che notoriamente provengono da zone dove il diritto sindacale, le tutele dei lavoratori, il diritto allo studio e le tipiche protezioni sociali sono solo una chimera?

 

DEGRADO AMBIENTALE

 A partire dalla prima rivoluzione industriale il problema centrale, l’obiettivo fondamentale del sistema produttivo è stato il PROFITTO. La parte di guadagno destinata a colui che investendo rischia il proprio capitale ha costituito il motore principale per la ricerca dei miglioramenti nel ciclo produttivo da sempre improntati ad efficacia ed economicità dei fattori della produzione.  Nulla  è cambiato, niente ha modificato questa logica primordiale che ha  prodotto parecchie distorsioni nel rapporto tra il ciclo artificiale della produzione e l’ambiente, la natura.

Se l’essenza della natura è basata su relazioni circolari dove tutto viene generato e tutto finisce nell’ambiente come risorsa per il rinnovo della vita, nell’industria non ritroviamo lo stesso schema.

 

Il ciclo produttivo è lineare:

  • combinazione dei fattori della produzione;
  • produzione;
  • commercializzazione.

 “Standard di vita che vanno oltre il minimo di base sono sostenibili solo se gli standard di consumo ovunque tengono conto della sostenibilità a lungo termine. Eppure molti di noi vivono al di là dei mezzi ecologici del mondo, ad esempio nei nostri modelli di utilizzo dell’energia. I bisogni percepiti sono socialmente e culturalmente determinati e lo sviluppo sostenibile richiede la promozione di valori che incoraggino standard di consumo che siano entro i limiti del possibile ecologico e a cui tutti possono ragionevolmente aspirare.”[1]

 

Il ciclo in sé non contiene tutti quegli elementi ‘non strettamente essenziali’ per la regola primordiale poiché ne verrebbe intaccato  il  processo  di  redistribuzione della ricchezza prodotta a partire dal profitto e fino alla determinazione dei salari e degli stipendi.

Quindi:

  • Lo scarto delle materie prime lavorate; Il rapporto tra emissioni e l’ambiente; La sicurezza dei luoghi di lavoro;
  • L’interazione tra qualità del lavoro e sistema dei diritti universali;
  • L’uso dell’acqua nei cicli produttivi (soprattutto nel settore primario dell’agricoltura e delle attività connesse)

costituiscono tematiche sulle quali dovremo riflettere e che dovranno trovare considerazione nell’alba di un nuovo mondo poiché anche la loro rilevanza assume una valenza ‘globale’. Sicchè le regole attuali scritte o consuetudinarie se globalizzano i vantaggi, di fatto, operano in direzione quasi  opposta  quando  si tratta di gestire le risorse naturali ed umane.

Esiste quindi un aspetto umanistico da non sottovalutare che viene legato al principio di sostenibilità sociale che è il sistema del welfare state legato sostanzialmente alla capacità fiscale e redistributiva dei singoli stati.

Se da un lato quindi le nostre economie sono legate  al Pil, di fatto lo  è anche il Welfar state e questo rappresenta un limite strutturale oramai difficile  da accettare perché riconducibile ‘globalmente’ ad un sistema che, se da  un  lato include popoli e nazioni sulle quali sono allocati i cicli produttivi, dall’altro genera una cultura dello scarto che però è riferita a cittadini che, come noi, devono poter godere dei diritti universali dell’uomo.

In pratica se l’economia capitalistica prevede un ciclo lineare, l’umanità dovrà orientare le proprie scelte verso un’economia CIRCOLARE dove gli scarti e  gli sprechi dovranno essere riutilizzati  per  la  salvaguardia  dell’ambiente,  per  la tutela del paesaggio e per l’ottimizzazione delle risorse materiali e dell’uso delle energie oggi a disposizione.

 

Globalizzazione, consumismo e cultura dello scarto: un orizzonte inaccettabile.

Lo scarto materiale, l’inquinamento senza morale, l’accumulo di rifiuti conseguenti ad un consumismo sfrenato, associato allo scarto ‘esistenziale’, alla disoccupazione, alla povertà, al degrado alle ‘periferie  del  mondo’  costituiscono solo una parte delle storture che ci invitano alla riflessione e all’azione per poter affrontare le relative sfide.

Quello che percepiamo in ogni angolo del pianeta è la scissione tra gli aspetti materiali di un vivere globalizzato rispetto alla dovuta attenzione verso la conservazione del pianeta, dell’ambiente e la tutela e valorizzazione dei nostri paesaggi.

Un elemento che ci lascia quasi attoniti è la velocità, la rapidità con la quale si susseguono i cambiamenti. Questa è data da parecchie cause che trovano nella tecnologia un punto di partenza incredibilmente vantaggioso. Cosicché con la rivoluzione che parte con l’avvento della rete informatica e dagli accordi politici internazionali che hanno permesso le transazioni monetarie tra paesi fino a poco tempo fa distanti in termini politici oltre che fisici, il processo produttivo e la commercializzazione delle merci hanno subito profondi cambiamenti che si sono riversati sui singoli Stati ponendoli in una condizione di aperta e continua sfida verso le problematiche connesse ad uno sviluppo apparentemente senza fine.

Invero se il sistema unico capitalista appare come l’unica forma possibile di produzione e commercializzazione a livello globale possiamo assumere che le connessioni con i problemi da esso generati devono essere gestiti e risolti in una continua sinergia tra tutti gli stati, o se preferiamo, in maniera globalizzata.

E’ noto, ma è bene ricordare che un  sistema  basato  sul  capitale  e  sul  profitto come metro di misura di bontà del processo produttivo non può reggere a lungo poiché presuppone una scarsa redistribuzione della ricchezza prodotta con conseguente aumento della povertà materiale.

Inoltre un sistema che poggia le sue basi sul consumo oltre l’utile, sull’induzione di bisogni spesso effimeri o comunque non necessari, non potrà reggere a lungo per il nichilismo che genera nel rapporto tra uomo e natura e tra  le  diverse categorie di persone che partecipano sia al ciclo produttivo che alla catena di distribuzione e consumo delle merci. Ne consegue che l’aumento dell’inquinamento, la distruzione di risorse naturali senza criteri logici di conservazione e sostenibilità, il consumo senza riciclo e contenimento delle scorie derivanti sia dalla produzione che dal consumo porteranno presto le politiche dei

 

singoli stati a delle scelte rigorose poiché le risposte del pianeta in termini di cambiamenti climatici e le previsioni provenienti dal mondo accademico scientifico non offrono grandi margini di perpetuazione degli errori tipici del sistema.

E’ evidente che la natura non potrà essere  ritenuta  una  fonte  inesauribile  di risorse o materie prime che dir si voglia senza assumere che è necessario tutelare la stessa con forme di conservazione del creato che non possono essere lasciate in mano al sistema economico finanziario che viaggia secondo principi e regole assolutamente asimmetriche rispetto all’interesse collettivo della stessa umanità.

Il paradosso del capitalismo e del consumo per il profitto che genera sovrapproduzione oltre che diseguale redistribuzione della ricchezza appare  un male minore, ma non lo è, se rapportato al danno ecologico che stiamo generando a causa dell’immissioni in atmosfera di gas derivanti da un economia che si basa in larga parte sull’uso di prodotti energetici fossili anche a causa di una tecnologia ancorata a tali fonti e scarsamente proiettata verso le energie rinnovabili che abbiamo a disposizione.

Il primo paradosso genera:

 

  • esclusione sociale;
  • povertà;
  • disoccupazione;
  • sfruttamento ingiusto del lavoro;

 

il secondo crea effetti devastanti:

 

  • sul clima;
  • sulla qualità dell’acqua, del cibo, della terra;
  • sull’ambiente e quindi sulla qualità della vita del singolo cittadino così come nelle comunità statuali.

 

La polis ideale nella quale la giustizia sociale si sposa con l’armonia tra uomo e creato è ben lontana dai nostri occhi anche se l’emergenza pandemica che ha rallentato la frenetica corsa all’incremento del prodotto interno lordo, ci spinge a pensare meglio all’imminente, alla precarietà della vita, al peggio che sembrava impossibile, ad un mondo che fino a poco tempo fa aveva relegato la nostra spiritualità nella sfera del privato che non può interferire con gli obiettivi comuni e globali.

Ci siamo accorti, quasi svegliati da una forte  scossa  tellurica,  che  la  nostra  vita non dipende da ciò che consumiamo o dai beni che possediamo ma che il bene primario è dato dalla salute individuale e collettiva e che una buona relazione con la natura, l’ambiente può essere il principio per un rinnovato rapporto che possa servire anche a comprendere l’importanza delle relazioni umane, individuali e comunitarie.

Un punto di partenza irrinunciabile rimane la ‘giustizia sociale’ nel segno della pacifica convivenza basata su rapporti alimentati da redistribuzione di ricchezza e di affermazione della dignità indissolubilmente  legata  alla  liberà  dei  popoli. Libertà politica che sia effettiva espressione della possibilità economica che, in un mondo globalizzato, dipende da chi ha già raggiunto livelli di sviluppo elevati rispetto a chi non riesce a realizzare la soddisfazione dei bisogni primari (cibo, sanità, istruzione).

Ricordando che gli enunciati della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo si fondano sostanzialmente nell’attuazione dei doveri che gli stati economicamente più forti e solidi hanno nei confronti delle comunità statuali più povere o deboli.

In tutto ciò bisognerà costruire una nuova frontiera comune e cercare di abbandonare le vecchie logiche dei giochi di conquista territoriali e di quelli successivi consistenti nelle prevaricazioni economiche e finanziarie. Forse la consapevolezza di avere un nemico comune, intrinseco al  sistema  economico globale potrà creare una  sorta di  condivisione nel  rovesciamento dei  paradigmi che stanno lentamente danneggiando sia il pianeta che la spiritualità del nostro sistema dei diritti universali.

 

Se la rivoluzione industriale ha generato i primi conflitti sociali all’interno del ciclo produttivo, l’evoluzione tecnologica, le telecomunicazioni e l’interdipendenza tra gli stati che progressivamente abbandonano la pratica dello scontro armato come possibile soluzione dei conflitti interstatuali, ci pongono in una nuova realtà nella quale la possibile supremazia è data dalla conquista di nuovi mercati, di nuove frontiere e dal controllo finanziario dei cicli della produzione.

il ciclo produttivo è frammentato e diviso a livello planetario, mentre la necessità di commercializzare le vendite per il consumo fine a se stesso rimane una priorità inderogabile. Proprio la libera circolazione delle merci, delle materie prime e dei prodotti semilavorati ha permesso una divisione ulteriore tra paesi in via  di sviluppo nei quali vengono adottati cicli di produzione ‘labour saving’ con mano d’opera a bassa specializzazione rispetto a paesi avanzati sul piano culturale e tecnologico che usano criteri ‘capital intensive’ per creare linee produttive più sofisticate che hanno necessità di lavoro specializzato. A ciò si aggiungano le differenze politiche tra paesi democratici con tradizioni liberali e sociali di grande importanza che hanno permesso l’affermazione di diritti e prerogative viste dal ‘capitale’ come ostacolo al perseguimento di obiettivi di profitto sempre crescenti. In tal senso la produzione, in questi ultimi anni, ha  trovato  ristoro  proprio  nei paesi che non hanno tradizioni liberali e democratiche, non  hanno  mai  visto sorgere un sistema di protezione sociale e dei lavoratori, cosicchè la mancanza di ostacoli ha permesso la massimizzazione del profitto a discapito della distribuzione della ricchezza. Senza trascurare che la mancanza di legislazioni tendenti alla sostenibilità, alla protezione dell’ambiente e delle fonti che offrono risorse come materie prime rende la visione del profitto  una  vera  e  propria miniera d’oro.

Ma come nel passato anche oggi il capitalismo genera paradossi ed uno dei più attuali è dato dalla necessità di risolvere le conseguenze dei danni prodotti per quell’interdipendenza statuale di cui si nutre come principio base per la connettività dei mercati delle risorse, delle materie prime e delle merci prodotte. In un mondo che della globalizzazione ne ha fatto sistema per l’allargamento del benessere collettivo la ricerca delle soluzioni rispetto alle mancanze nei riguardi del creato e dell’umanità esclusa diventa una priorità irrinunciabile.

Ecco quindi che con l’AGENDA 2030 si cerca di dare innanzitutto un’architettura chiara alle problematicità del sistema e quindi si cristallizza  come  punto  di partenza la ricerca del bene comune non solo nel ciclo produzione/consumo, ma nella realizzazione della globalizzazione come inclusione di un numero sempre più ampio di persone nel ciclo economico e come armonia tra l’economia e il creato.

Prendono forma i principi di inclusione, sostenibilità, dignità di tutti gli  esseri viventi oltre il semplice vivere di un consumismo sfrenato fine all’arricchimento di una minoranza che gestisce risorse finanziarie di incredibile consistenza.

 

[1]   Punto 5 – Rapporto della Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo: il nostro futuro comune – ONU 1987