Fake news, disinformazione e fonti: imparare a riconoscere la verità

 

Robertino GIARDINA

18 ottobre 2026

 

Viviamo in un mondo nel quale riceviamo informazioni continuamente. Ogni giorno leggiamo notizie sui social network, guardiamo video, ascoltiamo podcast e condividiamo messaggi. Bastano pochi secondi per conoscere un avvenimento accaduto dall’altra parte del pianeta. Ma questa straordinaria possibilità nasconde un problema: non tutte le informazioni che incontriamo sono vere, complete o attendibili.

Come possiamo distinguere una notizia autentica da una falsa? Che cosa significa disinformazione? E perché è importante verificare le fonti prima di credere a qualcosa?

Che cos’è una fake news?

L’espressione inglese fake news significa letteralmente «notizia falsa». Indica generalmente un contenuto falso o ingannevole presentato come se fosse una vera notizia. Può trattarsi di un fatto completamente inventato, di una fotografia modificata oppure di un’informazione reale raccontata in modo da alterarne il significato.

Immaginiamo di leggere sui social: «Da domani tutte le scuole italiane resteranno chiuse per un mese». La notizia viene accompagnata da un’immagine apparentemente ufficiale e condivisa da migliaia di persone. Tuttavia, nessun ministero ha comunicato una decisione simile. È un esempio immaginario di fake news.

Le notizie false spesso sfruttano emozioni come paura, rabbia, sorpresa o entusiasmo. Un titolo sensazionale attira l’attenzione e spinge a condividere il contenuto senza verificarlo.

Occorre però ricordare una distinzione: una notizia sbagliata non è necessariamente una bugia intenzionale. Anche un giornalista può commettere un errore. In questo caso è importante correggerlo pubblicamente. Altra cosa è costruire deliberatamente una notizia falsa per ingannare i lettori.

Che cosa significa disinformazione?

La disinformazione consiste nella diffusione intenzionale di informazioni false o fuorvianti per ingannare, manipolare o ottenere un vantaggio politico, economico o sociale.

La differenza fondamentale riguarda quindi l’intenzione. Chi condivide una notizia falsa credendola vera contribuisce alla circolazione di un’informazione sbagliata, ma non necessariamente vuole ingannare qualcuno. Chi invece inventa quella notizia sapendo che è falsa e la diffonde per orientare l’opinione pubblica compie un’azione di disinformazione.

La disinformazione non è nata con Internet. Durante la Guerra fredda, Stati Uniti e Unione Sovietica si confrontarono anche attraverso la propaganda e le operazioni di influenza. La CIA statunitense e gli apparati sovietici parteciparono, con modalità differenti, a una battaglia per conquistare il consenso. Anche i mezzi di comunicazione ebbero un ruolo importante: in Unione Sovietica il quotidiano Pravda rappresentava una delle principali voci ufficiali del Partito comunista.

Oggi il fenomeno assume forme nuove. Un video può essere modificato, una dichiarazione estrapolata dal contesto e un’immagine creata con l’intelligenza artificiale può sembrare autentica. I cosiddetti deepfake, per esempio, possono simulare il volto o la voce di una persona, facendole apparentemente pronunciare parole mai dette.

Il pericolo non riguarda soltanto la diffusione di una bugia, ma anche la possibilità di influenzare il modo in cui le persone interpretano la realtà.

Perché le fonti sono importanti?

Quando leggiamo una notizia dovremmo porci una domanda fondamentale: «Da dove proviene questa informazione?».

La fonte è l’origine di una notizia: può essere un documento, una testimonianza, una ricerca scientifica, un comunicato ufficiale oppure una persona che ha assistito direttamente a un avvenimento.

Non tutte le fonti hanno lo stesso valore. Per conoscere il contenuto di una legge, per esempio, è preferibile consultare il testo pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale anziché affidarsi a un commento anonimo su un social network. Per comprendere una scoperta scientifica è utile risalire allo studio originale e verificare le valutazioni degli esperti.

Esistono fonti primarie, che forniscono informazioni direttamente, e fonti secondarie, che le analizzano o le raccontano. Entrambe possono essere utili, purché siano valutate criticamente.

Verificare una fonte significa controllare chi parla, quali prove presenta, quando sono state raccolte e se altre fonti indipendenti confermano i fatti.

Un articolo attendibile dovrebbe distinguere le informazioni documentate dalle opinioni personali. Dire «la disoccupazione è aumentata del 2%» significa presentare un dato che deve essere verificato. Dire «il Governo ha gestito male l’economia» significa esprimere un giudizio, che può essere discusso e argomentato.

Anche una fonte autorevole può sbagliare. Per questo il confronto tra più fonti è uno degli strumenti fondamentali del buon giornalismo.

Come difendersi dalle notizie false?

Riconoscere una fake news richiede attenzione, ma non competenze da investigatore. Prima di condividere una notizia è utile leggere l’intero articolo, controllare l’autore, verificare la data di pubblicazione e cercare conferme indipendenti.

Bisogna inoltre diffidare dei titoli che promettono rivelazioni clamorose senza presentare prove. Una fotografia autentica, per esempio, può essere utilizzata per raccontare un evento completamente diverso da quello in cui è stata scattata.

Un altro elemento importante è riconoscere i propri pregiudizi. Tendiamo spesso a credere più facilmente alle informazioni che confermano ciò che pensiamo già. Questo meccanismo viene chiamato bias di conferma.

Mettere in discussione una notizia che ci piace o che sostiene le nostre idee può essere difficile, ma è proprio questo uno degli esercizi più importanti del pensiero critico.

Informarsi è un esercizio di libertà

L’articolo 21 della Costituzione italiana tutela la libertà di manifestazione del pensiero. Tuttavia, una società democratica non ha bisogno soltanto della possibilità di esprimere opinioni: ha bisogno anche di cittadini capaci di informarsi, confrontare idee e distinguere i fatti dalle interpretazioni.

Senza informazioni attendibili diventa più difficile partecipare consapevolmente alla vita pubblica, valutare le decisioni politiche e formarsi un’opinione autonoma.

Essere cittadini informati non significa credere a tutto, ma nemmeno dubitare indistintamente di ogni cosa. Significa imparare a fare domande, cercare prove e riconoscere la differenza tra ciò che sappiamo e ciò che semplicemente crediamo.

In fondo, il primo passo per combattere la disinformazione è semplice: prima di condividere una notizia, fermarsi e chiedersi se abbiamo davvero buone ragioni per considerarla vera.

Fonti utilizzate per la ricerca

Le definizioni e le indicazioni didattiche sono state verificate attraverso queste fonti istituzionali:

Tre domande 

  1. Qual è la differenza tra condividere involontariamente una notizia falsa e diffondere intenzionalmente disinformazione?
  2. Una notizia condivisa da migliaia di persone diventa per questo più attendibile? Perché?
  3. La libertà di espressione prevista dall’articolo 21 della Costituzione implica anche una responsabilità nell’utilizzo delle informazioni?



NO ALLA VIOLENZA! SI ALL’EUROPA DEI POPOLI

NO ALLA VIOLENZA !!! SI all’Europa dei popoli, della pace e della solidarietà.
No alle proteste violente che imperversano nelle nostre città
Robertino GIARDINA 18 ottobre 2026
L’Europa dei popoli, l’Italia dei Padri costituenti, dei giovani che guardano al futuro e delle persone che chiedono un sistema di welfare forte, capace di rispondere ai bisogni della collettività. È questa l’idea di Europa che non possiamo permetterci di perdere: quella dei progetti Erasmus, della libertà di muoversi per studio e per lavoro, della cooperazione tra Stati, della pace e della prosperità condivisa.
Un’Europa nata anche dalla consapevolezza delle tragedie del Novecento, dalle rovine e dalle ceneri lasciate dalla Seconda guerra mondiale, con la volontà di impedire che la storia potesse ripetersi. Una memoria che oggi, di fronte ai conflitti e alle tensioni internazionali, dovrebbe tornare al centro della riflessione politica.
Quale sicurezza possiamo costruire, quali politiche di difesa possiamo immaginare, se perdiamo di vista i principi morali e civili sui quali si fondano le nostre democrazie? La Costituzione italiana, attraverso i suoi principi fondamentali, ci ricorda che la dignità della persona, il lavoro, la solidarietà e la partecipazione alla vita collettiva rappresentano le basi di una società democratica. Lo stesso articolo 4 riconosce il diritto al lavoro e richiama il dovere di contribuire al progresso materiale e spirituale della società.
Sono interrogativi che richiedono risposte politiche concrete, non fondate esclusivamente su interessi economici, rapporti di forza o logiche di contrapposizione tra Stati, ma orientate alla cooperazione, alla solidarietà e alla convivenza pacifica.
In questo scenario, la politica nazionale ed europea deve saper ascoltare le proteste, le preoccupazioni e le richieste dei giovani, riconoscendone il valore democratico e la legittima aspirazione a un futuro migliore. Ignorare queste istanze significherebbe allontanare ulteriormente le istituzioni dalle persone che sono chiamate a rappresentare.
Ma il diritto di manifestare il proprio dissenso non può trasformarsi in violenza o peggio, in una giustificazione della violenza. La violenza, da qualunque parte provenga, è inaccettabile. Non soltanto perché contraddice i principi della convivenza civile, ma anche perché finisce per indebolire, oscurare e talvolta compromettere il significato stesso di una protesta, anche quando nasce da ragioni legittime.
La forza delle idee non si misura nella capacità di sopraffare, ma in quella di costruire consenso, promuovere il confronto e contribuire al cambiamento. È da questa consapevolezza che la politica, italiana ed europea, dovrebbe ripartire: dalla centralità della persona, dal rispetto delle libertà e dal rifiuto della violenza come strumento di affermazione delle proprie ragioni.